Tumblr Mouse Cursors
E' lei che ti salva nei momenti peggiori. Untitled Document
Anonymous: Un tuo segreto?

ragazzospento:

Il mio segreto forse è un po’ banale, ma è uno dei pochi che ho. C’è una donna, che quasi ogni giorno va al supermercato alle 17:30 circa, e io sapendolo, ogni volta mi presento lì, faccio finta di esserci capitato per caso, e poi l’aiuto nel portare le buste a casa, e parliamo lungo la strada del ritorno, alla fine mi dice sempre: “Sei un ragazzo speciale, un ragazzo d’oro. Grazie davvero. Ma.. come ti chiami?”, e io le rispondo sempre “Matteo.” Ma lei soffre di alzheimer e non lo ricorda mai, come non ricorda che io sia suo nipote. Mi fa male un po’, ma le voglio bene, sempre.

Oh..

" A quel punto sentii la sua bocca sulla mia
e mi arresi. "
" Dovresti sorridere, ma non sempre, perché chi sorride sempre lo fa per finta. "
"

Ehi, caro diario. Oggi ho visto i miei amici, solita giornata come le altre. Quanto è bello quel ragazzo dagli occhi celesti, lo guardo sempre, lo trovo anche in mezzo alla folla.

Ciao diario, oggi ho passato tutta la giornata con la mia migliore amica. Sono stata a casa sua, siamo state tanto bene. Le voglio bene, sai.

Ehi ciao, oggi mamma ha preparato delle cose buonissime, mio diario. Sono felice, era il mio compleanno, ho invitato i miei amici a casa.

Diario, scusami. Non ti scriverò per un pò. Sto male, veramente. È brutto non ricevere il bacio della buonanotte da mamma. Litigano sempre i miei genitori e nessuno pensa più a me. Mi sento trascurata, dopo aver scoperto che tutti quegli amici erano falsi, mi hanno sempre parlato alle spalle. Tra l’altro quel ragazzo dagli occhi celesti è fidanzato con la mia migliore amica, e lei non mi ha mai detto niente. Scusami.

Caro diario, è un po che non ti scrivo. Ho cambiato idea sulla mia vita, ho avuto troppe delusioni. Non riesco a fidarmi più di nessuno, solo di queste pagine di carta, e di quella penna.

Ehi diario, è da un po di giorni che non esco di casa. Non mi piace uscire, mi sento osservata da tutti i passanti.

Diario, oggi ho adottato un gattino. Sì, era in mezzo alla strada, l’ho preso con me. Ora sta giocando con la pallina nella mia stanza. Ha il pelo lungo e bianco, è bello.

Caro diario, altra giornata chiusa in casa. La mia pelle è chiara, penso che sia perché non esco quasi più. Mia mamma dice che è così perché non mangio, ma io non mangio perché do il mio cibo al gattino, sai diario.

Ehi diario, i miei genitori non l’hanno mai visto il mio gattino. Ci passo le giornate insieme, gioca con me, è da sempre che mi fa tanti graffietti sulle mani, dove nessuno vede.

Diario, i graffietti sulle mani stanno diventando piccole ferite. Così, quando gioco con il mio gattino, lo prendo in braccio e lui ha cominciato a graffiarmi sulle braccia.

Caro diario, io e il mio gattino siamo inseparabili. Oggi ho passato tutto il giorno con lui, chiusa nella mia camera. Nessuno si è interessato a me.

Ehi diario, quelle macchie rosse che trovi tra le pagine sono solo graffi del gatto, stai tranquillo. Se oggi nessuno mi chiede come sto, penso che farò accoccolare il gattino sulla mia pancia, mi graffierá anche lì.

Caro diario, senti spero che oggi qualcuno mi sorrida nel tragitto casa- scuola. Mi prendono tutti in giro per le mie felpe, e mi riempono di insulti. Se nessuno mi sorride credo mi chiuderò in bagno con il mio gattino. Si, gli farò il bagnetto.


Buongiorno diario, o forse dovrei scrivere “caro diario” come scriveva mia figlia. Sono sua madre, e ho appena letto tutto.
Noi non abbiamo nessun gattino.
Diario, non lascerò che la situazione mi sfugga di mano. Ora mi sono accorta di tutto, andrò in bagno giuro, giuro diario che ce la farò. Salverò mia figlia, io.

Diario, ho paura. Sento l’acqua scorrere, e mia figlia urlare.
Ma io ce la farò. Lo so cosa significa, anch’io ho vissuto questo da piccola. Lo ucciderò, quel gattino.

Caro diario, siamo io e mamma che ti scriviamo. Quella che vedi qui sotto è una nostra foto insieme, stiamo sorridendo.
E nessuno dei nostri sorrisi è finto.
Diario, mamma mi ha salvato, mi ha detto che sono bella.
Non mi interessa degli insulti, io sono forte, io sono me stessa. Quel gattino è morto, e non mi interessa dei giudizi degli altri. E sai, non sarò perfetta, ma sono unica così come sono. Grazie mamma. Grazie per aver scoperto tutto, e scusa per non averti detto niente. Tu hai sempre capito tutto di me. Ti voglio bene.

"
"

C’erano un ragazzo e una ragazza alla stazione. Che luogo triste la stazione, poteva dare tanta gioia, così come poteva dare tristezza in ugual modo.
-Stai tremando.-
-Anche tu. Vedi che io me ne accorgo-
-Ma io tremo perché ho freddo.-
-Si certo. Hai freddo in una delle più calde giornate estive di quest’anno. Ti credono tutti, sai?-
-Tu non ne hai il coraggio, lo ammetto io per primo. Io sto tremando perché mi stai abbracciando, e perché so che passerà tempo prima che io ti possa abbracciare di nuovo.
-……
-Ehi, hai sentito? -
Le parole le morivano in gola, lei provava a farle uscire, davvero, ma le sue labbra non riuscivano a emettere nessun suono. -
-Va bene, tu non parli, parlerò io. Mancherai. Non dico “mi mancherai”, perché non mancherai solo a me, ma ad ogni parte di me, ogni cellula di cui sono composto.-
Forse fu il rombo del treno che si avvicinava che le diede il coraggio e, mentre gli altri passanti si dirigevano sul treno, lei glielo disse: -anche tu.
Non era mai stata una ragazza di tante parole, non aveva mai detto tanti ‘ti voglio bene’ alla gente, non le piacevano i gesti d’affetto. Lui, per lei era un’eccezione. Una di quelle eccezioni che ti cambiano la vita, però.
E chissà se lui le aveva sentite, quelle due parole.
Il rumore delle rotaie calpestate dal treno cominciò. Lei se ne andò, e quando il rumore sordo del treno cessò, lui si sentì scoppiare.
Si, lui sentì scoppiare il cuore, come quando lei aveva riso. Ma ora era una sensazione diversa.
Ora c’era solo il ragazzo, alla stazione. Stava guardando il treno allontanarsi, e pareva scorgere gli occhi di lei nell’orizzonte. Ma lei era nel treno, lei tornava a casa. E si sapeva, non si sarebbe più sentita a casa senza di lui. Il ragazzo aveva uno sguardo sognante, ma era privo della sua luce. Come il sole, quando tramonta. E il cielo perde la sua luce, e la luna e le stelle non basteranno per illuminarlo. Il mondo ama il sole, e non sarà completamente luminoso fino a quando quella sfera luminosa non sorgerà. E il ragazzo, non sarà completamente felice fino a quando lei non tornerà.


Era passato tempo. Il ragazzo era nel buio della sua stanza, quel giorno non era andato a scuola. Sentiva voci in lontananza. Erano voci nella sua testa, e ricordavano la voce della ragazza. Se lo ricordava bene lui. Che quando parlava, era come se sussurasse. Le sue parole erano dette con delicatezza, e con quella dolcezza che non trovi dentro il cuore di chiunque. Vuoto nel petto.

A tanti chilometri da lui, sorpassato il mare, la ragazza era nell’aula scolastica. Era una lezione di epica, la sua materia preferita. Lei adorava distrarsi dai pensieri ascoltando la voce rilassata della professoressa che le narrava eventi immaginari, misti a realtà. Eventi di coraggio, o di viltà, di odio, e di amore. Ma quella volta non riusciva a concentrarsi. I suoi pensieri erano troppo forti. Come quando il vicino di casa ha la musica troppo alta, e tu anche se sei stanco, sei nel tuo letto ma non riesci a dormire. Lei provava la stessa sensazione. E in più, un vuoto nel petto.

A volte, quando due persone si salvano, è come se donassero un pezzo di loro stesse alla persona che le ha cambiato la vita. Ma voi penserete, “Un pezzo. Bene, si può sopravvivere senza un pezzo, no?”
È solo che entrambi si erano lasciati un pezzo vitale, il cuore. Come si fa a vivere senza un cuore? È già difficile sopravvivere, figuriamoci “vivere”.

A volte, quando due persone si pensano contemporaneamente, si crea un flusso di energia coso forte, da far sì che le persone sorridano nello stesso istante. Nonostante il mare le separi, nonostante ci sia un groviglio di strade tra di loro.
La ragazza tornava a scuola, cartella sulle spalle e capelli disordinati al vento.
E tanti chilometri lontano, il ragazzo era ancora fermo, gli occhi spenti, nella sua stanza. Eppure successe così, e per davvero dico, sorrisero.


Poi lo schermo del telefono della ragazza si illuminò. Si usavano telefonare spesso, i due. Ma non era mai successo che si sentissero a quell’ora. La ragazza era nel tragitto casa - scuola, così prese il telefono dalla tasca della cartella.


-Sai, la distanza è dura da superare. E poi c’è di mezzo il mare,-cominciò il ragazzo.
-Ehi, non si usa dire pronto?
Avrebbero dovuto cominciare a litigare ora, come facevano di solito, e poi far terminare tutto in una risata.
È solo che a volte, la sensazione di mancanza è così forte che ti fa scordare il resto. C’è solo quel vuoto nel petto che non se ne va via. E poi, tutta quella nostalgia.
Cosi lui fece finta di non sentire e continuò.
-Dicevo, la distanza è difficile da colmare. Ci vuole tanto tempo per arrivare da te, e io non posso farlo.- continuò il ragazzo.
Il cuore della ragazza batteva forte, non sapeva dove il ragazzo volesse arrivare.
-Sai, il tragitto è tanto, ma se poi ci si viene incontro, la distanza è meno per tutti e due. Ti va di venirmi incontro?
La ragazza si sarebbe dovuta rilassare, in realtà il cuore le batté ancora più forte, ma questa volta era per il pensiero di rivedere il ragazzo. Di rivedere quegli occhi che le facevano vibrare il cuore. Così la ragazza si sciolse, e glielo disse.
- Li possiamo colmare i chilometri. Devo vederti ora, non ce la faccio più. Il tuo sorriso nella mia mente è un tormento, non riesco più a dormire, e mi devo assicurare che tu stia bene. Non riesco a vivere non sapendo se il tuo sorriso lá dove sei, è vero o finto. Perché lo so, le persone non se ne accorgono di questi dettagli.-
Così il ragazzo, con le mani che gli tremavano, disse ” Vediamoci a metà strada tra me e te, lo sai dove devi scendere. Subito dopo aver oltrepassato Termoli. Veniamoci incontro, ci vedremo in stazione. Voglio abbracciarti.-

Il telegiornale dice che due treni si sono scontrati nel tragitto termoli ovest. Non ci sono sopravvissuti, entrambi i comandanti non hanno resistito all’impatto. Si parla di un guasto dei binari, si crede che il caldo abbia fatto surriscaldare le rotaie.
Non ci sono indagati, si pensa sia una tragedia le cui cause sono solo ed esclusivamente naturali.

Lei era stato il suo ultimo pensiero, prima dello schianto. Come si fa a non pensare a quegli occhi così belli, dentro i quali ci vedevi il mare?

Lui era stato il suo ultimo pensiero, prima del botto. Le pareti del mezzo erano vibrate. Lei già pensava agli occhi del ragazzo. Si era ripromessa che quando l’avrebbe rivisto non avrebbe distolto lo sguardo da lui. Tanto il mondo non aveva senso, se non lo guardava insieme a lui.

A volte, quando due persone si pensano contemporaneamente, si crea un flusso di energia così forte che fa sì che le persone sorridano, nello stesso istante.
Si erano pensati nello stesso momento, mentre i loro treni si sono schiantati. Nessuno è sopravvissuto.
Ma ne sono sicura, adesso entrambi staranno sorridendo.

"
" Oggi ero seduta sulla panchina della stazione, in attesa del treno. Sfogliavo all’infinito la dash di tumblr, e quando annunciarono all’altoparlante che il treno per Milano delle 18:09 aveva saltato la corsa, e avrei dovuto aspettare quello successivo, subito controllai la batteria del telefono, temendo che mi si scaricasse prima, e che quindi non avrei avuto niente per passare il tempo. La batteria al 7% fece presto ad abbandonarmi, così rimasi a fissare un punto indefinito nello spazio, il punto di connessione tra due binari di verso opposto. Dopo un pò, si sedette accanto a me una ragazza. Passarono pochi minuti in silenzio, poi lei mi chiese “cosa guardi?”
Io infastidita dalla sua domanda, che mi sembrava un “intromettersi nei miei pensieri” non le risposi subito. Poi le dissi che fissavo i binari, e pensavo che un semplice spostamento di un piccolo cardine poteva causare il totale cambiamento di destinazione di un treno. Lei annuì, e disse che anche lei spesso si trovava a riflettere nella stazione. Poi mi chiese ” non ti piace parlare di te, vero?” In quel momento mi girai verso di lei, temendo che fosse una persona che conoscevo, in realtà no. Era una semplice ragazza sconosciuta che sembrava conoscermi più di persone che mi stanno accanto tutto il giorno. Vedendo di aver catturato la mia attenzione, lei continuò “aspetti un ragazzo? Perché sei qui?” Io le dissi che non aspettavo nessuno, e senplicemente stavo tornando a casa. Così feci la stessa domanda a lei.
Lei mi rispose dicendo che c’era una persona per la quale lei era lì:
“Era un ragazzo, uno di quelli belli da togliere il fiato. Quando lei lo conobbe, rimase impressionata dal suo sorriso.”
“Era un bel sorriso?”
“No, non era uno di quei sorrisi da togliere il fiato. Ma giuro, che tu non puoi immaginare quanta allegria metteva. Lo guardavo, e pensavo che tutti i sorrisi dovessero trasmettere quelle emozioni. E poi invece scoprii che era solo il sorriso di quel ragazzo che aveva quella forte intensità, mai vista prima.”
“Come ti avvicinasti a lui?”
” Non feci niente. Non ne avrei avuto il coraggio. Non riuscivo a stargli vicino perché mi tremavano le gambe se gli passavo accanto, infatti mi ritrovavo sempre a osservarlo da lontano. Successe che un giorno, mentre era con i suoi amici, lui si accorse di quegli occhi che lo fissavano da lontano, e fece finta di niente. Quando i suoi amici se ne andarono, si avvicinò a me. Parlammo ore, lui mi parlo di sé, dei suoi amici, dei suoi genitori.
“E tu?”
“Non c’erano mai stati occhi di cui sentivo di potermi fidare di più, così gli parlai di me. E non gli dissi cose così, gli raccontai ciò che sentivo dentro, come vedevo la vita. Così lui mi disse che avrei dovuto dire più spesso ciò che pensavo ad alta voce, perché erano cose uniche. Ci cominciammo a vedere ogni giorno nello stesso posto.
Ci fu una volta in cui mi sembrò che avesse gli occhi lucidi, ma non gli dissi niente per paura che fosse solo una mia impressione. Gli parlai di me, e lui mi parlò di quanto pensasse di fare schifo, di quanto si sentisse una nullità. Diceva che non riusciva ad avere gli stessi interessi dei suoi amici, che gli sembravano così superficiali e inutili. Il giorno seguente, sembrava avere un livido sul polso sinistro, ma non glielo dissi, pensai fosse solo un ombra. Il giorno dopo ancora, si mise a piangere, mi chiese se lui facesse davvero schifo e io gli dissi di no.
Io credevo fosse bellissimo, ma non glielo dissi per timidezza. Lo abbracciai, cosi lui pianse sulla mia spalla. Lo strinsi più forte.
Un altro giorno, mi accorsi che portava la sua solita felpa larga colore arancio troppo frequentemente, nonostante la primavera fosse vicina e insieme a lei le calde temperature. Il Giorno dopo ancora, lui mi disse che il giorno seguente non ci saremmo visti. Rimasi stupita per un po, e stetti male tutta la serata.”
“E poi?”
“E poi successe che era il primo giorno di primavera. Solitamente i fiori in città mi mettevano allegria, quell’aria che non era più fredda ma sembrava accarezzarti la pelle mi aveva sempre messo serenità. Ma quella volta i fiori non mi facevano stare bene, l’aria calda sembrava soffocarmi. Quando arrivai a scuola, notai che i ragazzi erano più tristi, non avevano quella solita allegria tipica dei giovani. Le ragazze parlottavano tra loro, ma stranamente avevano le voci basse, rauche. Presi la mia amica da parte e le chiesi cosa fosse successo. Mi disse che era morto un ragazzo, si era suicidato. Ma non era riuscita a capire bene il suo nome. “
“E tu cosa facesti? “
“Quel giorno saltai scuola. Passai tutta la giornata vicino all’albero in cui ci incontravamo di solito, seduta sulle radici.
“E lui?”
“E lui? Di lui ho sempre parlato al l’imperfetto, se hai notato. Lui? Il mio angelo è volato via il primo giorno di primavera, e io non avevo trovato il coraggio di dirglielo, mai. Ma ora glielo dico, era bellissimo. Eri bellissimo, piccolo mio.”
E la ragazza fissò il cielo, e quando arrivò il treno per la zona centrale della città, dove stava quel parco dal grande albero, lei lo prese, il treno partì e lei sorrise, felice della destinazione, anche se sapeva che non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarla, questa volta. E mi ripeté ancora una volta mentre andava via, che era bellissimo lui, e scemo quant’era non se n’era accorto. Forse però, se ogni giorno lei andava allo stesso posto in cui si vedevano, e glielo urlava verso il cielo, forse prima o poi lui ci avrebbe creduto. "
"

Era la loro spiaggia quella. La spiaggia su cui si erano incontrati per la prima volta, durante la festa di un amico che avevano in comune.
Eppure lui l’aveva subito notata lì seduta in mezzo alla folla, le aveva detto: -i tuoi occhi sono spenti.- E lei si era messa a ridere, perché le sembrava una presa in giro, considerato che c’era un falò acceso proprio affianco a loro.
Lui si sedette accanto a lei, sprofondando nella sabbia morbida e le disse che non era così che si rideva. Perché le risate false le sapeva riconoscere lui, non era mica scemo.
La ragazza ebbe paura. Aveva gli occhi che urlavano, e nessuno li aveva mai capiti. Ora c’era qualcuno che ci aveva visto qualcosa, in quegli occhi spenti. E lei si chiudeva a riccio dentro di sé, perché era stanca di aver dato tutto e ricevuto niente. Di esser presa in giro per la sua timidezza, che altro non era che uno scudo.
Lui le sorrise e lei pensò che un ragazzo con un sorriso del genere non doveva aver sofferto in vita, non doveva aver capito cos’è il dolore, qual’è la mancanza che si prova a sentire delle persone vicine lontane da sé.
Lui le disse che a suo parere, lei doveva avere uno di quei sorrisi davvero belli. Uno di quelli rari, che quando lo vedi senti diventar gli occhi lucidi lucidi per l’emozione, e ti cominciano a tremare le gambe.
Lei non ci credette, e lui le disse che era bella. Lei gli disse -non sei la prima persona che mente.-
E lui glielo ripeté, perché era bella veramente.

A distanza di sei anni, le onde di quello stesso mare si infrangevano sulla spiaggia, e loro due ci erano ritornati, mano nella mano.
Lei gli aveva aperto il suo cuore, e lui l’aveva preso in mano, per custodirlo nel suo petto.
Con un braccio sulla spalla del ragazzo, la ragazza cercava di trattenere le lacrime di commozione che le scendevano sulle guance, nel rivedere il posto in cui aveva trovato il ragazzo che l’aveva salvata da ciò che era diventata. Lui gliele asciugò, con l’incavo del pollice, e le disse -il cielo non si vergogna a piangere. Non devi farlo neanche tu.-
La ragazza sorrise, e il ragazzo sentì le gambe diventargli molli. Erano passati sei anni, e ancora non si era abituato a quel sorriso, quando scoppiava all’improvviso sul suo viso.

"
Anonymous: Io e il mio ragazzo abitiamo con le case appiccicate, solo un muro separa camera mia dalla sua e il mio balcone dal suo. Prima di addormentarci abbiamo un "codice" per cui bussiamo sul muro e ci diamo la buona notte "toctoc-toctoc"="buona notte", "toc-toctoc-toc"="ti voglio bene/ti amo", "toctoc"="anche io".

sheislostinthedarkness:

occhispentisorrisostanco:

nonvoglioperdertineoranemai:

silenzicheuccidono:

oddio, ma è una cosa dolcissima!

È la cosa più bella che io abbia mai sentito, aw.

Che cosaa dolcee❤️

aw.

Aww.

©
A snazzyspace.com Theme A snazzyspace.com Theme